C’è chi lo sospettava, chi inconsciamente lo sapeva da tempo, e chi finalmente ce ne fornisce le prove. Leggere i libri di Harry Potter può contribuire a migliorare gli atteggiamenti di bambini, adolescenti e forse anche di adulti nei confronti del “diverso”. Può, in sostanza, aiutare a ridurre i pregiudizi.

Harry Lupin

Queste sono le conclusioni a cui è giunta Elena Trifiletti, ricercatrice del dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia all’Università di Verona. Lo studio è stato condotto unendo le forze di tre università italiane, Verona, Modena e Reggio Emilia e Padova, a quelle dell’Università di Greenwich, ed è stato pubblicato nella rivista internazionale di psicologia sociale Journal of Applied Social Psychology. Elena Trifiletti conduce da anni ricerche su questo genere di tematiche con l’obiettivo di ridurre i pregiudizi. Un’impresa ardua, che tuttavia ora sembra ricevere una forte spinta in avanti grazie al potenziale straordinario dei libri di J.K. Rowling.

Sono passati ormai sette anni dalla pubblicazione dell’ultimo libro, eppure è solo dopo questo dovuto periodo di decantazione che riusciamo a tirare le somme non solo della storia, ma più in generale del fenomeno. E forse è proprio questa la discriminante tra una moda passeggera e un classico della letteratura in grado di prestarsi, anche dopo molto tempo, a nuove chiavi di lettura. «Esistono due tipi di libri – affermava qualcuno – quelli di un’ora e quelli di tutta una vita». Nessuno, nonostante la notevole durata della serie letteraria e cinematografica, sembra essersi mai stancato di Harry Potter, perché questo grande romanzo di formazione ha finito per formare, oltre al suo protagonista, anche e soprattutto l’appassionato lettore.

Qual è stato il collegamento tra lo studio della psicologia sociale e Harry Potter? Cosa stavate cercando quando avete trovato la risposta in questi libri?

Questa ricerca nasce dai risultati di un precedente studio, in cui si era trovato che leggere libri che trattano tematiche interculturali produce un miglioramento degli atteggiamenti verso gli immigrati, ma anche una minore stereotipizzazione di questo gruppo e un maggior desiderio di contatto. Il punto è questo genere di libri è ritenuto spesso poco interessante dai ragazzi. Quindi, si trattava di trovare una storia che fosse avvincente e, al contempo, incentrata sui temi del pregiudizio e della lotta alla disuguaglianza.

Ci illustri nel dettaglio come è stata condotta la ricerca. Avete somministrato dei questionari prima e dopo la lettura dei libri?

La ricerca si è articolata in tre studi. Il primo studio è stato condotto qui in Italia, con bambini della scuola elementare. Per sei settimane consecutive leggevano insieme ad un’assistente di ricerca brani tratti dai libri di Harry Potter. Nella condizione sperimentale, i brani riguardavano il pregiudizio (ad es., Draco Malfoy si rivolge ad Hermione chiamandola “piccola sudicia mezzosangue”), nella condizione di controllo, invece, i brani non riguardavano il pregiudizio (ad es., Harry compra la sua prima bacchetta magica). In seguito, i bambini compilavano un questionario con le variabili dipendenti.

Anche il secondo studio è stato condotto in Italia. I partecipanti, studenti delle scuole superiori, compilavano un questionario che includeva misure relative alla lettura dei libri di Harry Potter, alla visione dei film, e agli atteggiamenti verso gli omosessuali.

Il terzo studio è stato condotto a Greenwich, in Inghilterra. I partecipanti erano studenti universitari e compilavano un questionario simile a quello utilizzato nello studio precedente. Gli atteggiamenti però, venivano rilevati nei confronti di un altro gruppo target, quello dei rifugiati.

Quali sono stati i risultati?

I risultati ottenuti dai primi due studi dimostrano che leggere i libri di Harry Potter può contribuire a migliorare gli atteggiamenti di bambini e adolescenti verso gruppi stigmatizzati, ma solo se il lettore si identifica con Harry, arrivando così a condividerne valori e atteggiamenti verso la diversità. Lo stesso risultato si ottiene nel terzo studio con partecipanti adulti, ma in questo caso il pregiudizio si riduce solo se il lettore prende le distanze da Voldemort. Sia per gli adulti che per i più giovani, la riduzione del pregiudizio avviene attraverso un aumento dell’empatia verso i membri dei gruppi stigmatizzati, cioè attraverso una maggiore comprensione della loro condizione e dei loro stati d’animo.

Greenwich e l’Italia hanno risposto in modo diverso?

Per i partecipanti del terzo studio, condotto a Greenwich, la lettura dei libri di Harry Potter si associa ad una riduzione del pregiudizio solo nel caso dei lettori che prendono le distanze da Voldemort. Nei primi due studi, invece, questo effetto si trova solo nei partecipanti che più si identificano con Harry. Tuttavia pensiamo che questa differenza sia dovuta più che altro alla diversa fascia d’età a cui appartengono i partecipanti dei due studi. Crediamo che Voldemort rappresenti per i partecipanti del terzo studio – adulti – un modello più rilevante rispetto al giovane Harry, perché più vicino a questa fascia d’età. E’ probabile quindi che gli adulti, rispetto ai lettori più giovani, fondino i propri atteggiamenti più sulla presa di distanza da Voldemort, che sull’identificazione con Harry.

Questi libri sono generalmente classificati come “per bambini”. Eppure, se per un attimo ci immaginassimo di spogliare la saga dalla sua componente fantasy, ci ritroveremmo tra le mani una storia dalle venature molto spesso drammatiche, in alcuni momenti thriller, a tratti un grande insegnamento sull’accettazione della morte, ma soprattutto una storia fatta di solidi legami tra i personaggi. In una recente intervista lei ha posto l’accento sul concetto di empatia, suggerendo l’idea che sarebbe proprio questa la chiave alla riduzione del pregiudizio. L’empatia, stando alle sue parole, è la capacità di mettersi nei panni dei gruppi stigmatizzati e capirne gli stati d’animo e la condizione. A tal proposito, mi sembra interessante ricordare l’innovativa idea che J.K. Rowling ha di un altro concetto, quello di immaginazione. «L’immaginazione – afferma lei stessa – non è soltanto la capacità esclusivamente umana di pensare cose che non esistono, e quindi la fonte di tutte le grandi invenzioni e innovazioni. Nella sua accezione più stupefacente, è quella facoltà che ci consente di empatizzare con persone con cui non abbiamo esperienze comuni», e che quindi ci può portare non solo a comprendere stati d’animo che non ci appartengono, ma anche ad attivarci in difesa di persone a noi anche molto distanti, ma per le quali il nostro supporto potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte (e in effetti la sua immaginazione l’ha portata a lavorare per Amnesty International). Le vostre riflessioni, quindi, proseguono parallele lungo lo spettro dell’empatia, a cui tuttavia J.K. Rowling aggiunge il tassello dell’immaginazione. Alla luce di ciò, quanto ritiene importante incoraggiare l’immaginazione in una società in cui questa sembra piuttosto qualcosa di cui vergognarsi o da relegare in soffitta insieme alle scatole dei giocattoli?

Ricerche recenti, basate sulla teoria del contatto immaginato di Richard Crisp e Rhiannon Turner, mostrano che l’immaginazione può giocare un ruolo nella riduzione del pregiudizio. In particolare, chiedere alle persone di immaginare un’interazione positiva e piacevole con un membro di un gruppo stigmatizzato può produrre risposte più positive verso l’intera categoria sociale a cui appartiene.

Un altro noto autore di fantasy, C.S. Lewis, sostanzialmente paragona la formazione dell’identità di un individuo a un edificio che viene lentamente costruito dalla base al tetto. Senza un motivo ben chiaro o apparente, alcune persone, crescendo, decidono di privare l’edificio delle sue fondamenta, pretendendo quindi di escludere dalla loro esperienza tutto ciò che sembra infantile, puerile o ormai irrilevante, evidentemente senza pensare alla stabilità della struttura sovrastante, senza pensare che il processo di crescita è un arricchimento, un aggiungere parti alla propria esperienza, piuttosto che un rimpiazzare i tasselli più vecchi. Ma, come afferma Lewis stesso, diventare adulto significa mettere da parte la paura di sembrare infantile e il desiderio di mostrarsi cresciuto. «Nessun lettore degno di questo nome si regola in base al calendario». Anche i libri di Lewis sembrano incentivare l’empatia. Lewis afferma che le storie per l’infanzia costituiscono la forma migliore in cui esporre ciò che si sente e si vuole trasmettere. È curioso che anche lei si sia dichiarata affascinata dal potenziale che libri del genere hanno per migliorare gli atteggiamenti. Come se lo spiega?

I libri di fantasia, come quelli di Harry Potter, presentano alcune caratteristiche particolarmente vantaggiose. Innanzitutto, la trama è in genere avvincente. In secondo luogo, non si fa riferimento a gruppi reali e questo implica che il messaggio positivo che questi libri trasmettono può essere facilmente applicato ad una varietà di categorie sociali oggetto di pregiudizio. Inoltre, l’assenza di riferimenti a gruppi reali può aiutare a superare la naturale resistenza a modificare i propri atteggiamenti verso gruppi sociali fortemente stigmatizzati.

Alla luce di importanti contributi come quello apportato dal suo team, ritiene auspicabile l’adozione (e quindi lo studio) di questi testi in ambito scolastico e universitario? Si sentirebbe di incoraggiarla?

Alla luce delle considerazioni di cui sopra, noi crediamo che incoraggiare la lettura di libri di fantasia come quelli di Harry Potter potrebbe essere utile, in quanto potrebbe contribuire a migliorare atteggiamenti e comportamenti dei lettori verso gruppi stigmatizzati, favorendo così la creazione di una società più equa.

C’è una sotto-trama nei libri che è stata completamente tralasciata dalla sceneggiatura degli adattamenti cinematografici, ed è quella di Hermione Granger che si batte per i diritti degli elfi domestici fondando una società per la rivendicazione del loro benessere e per il miglioramento del loro status sociale. Hermione stessa, essendo nata da genitori babbani, è una stigmatizzata, così come il lupo mannaro Remus Lupin, uno dei pochi a comprendere e appoggiare pienamente la sua causa. Harry, molto spesso emarginato, stringe un legame di profonda amicizia con il mezzo gigante Hagrid, perennemente schernito e deriso da quasi tutta la scuola. Bisogna essere degli stigmatizzati per empatizzare?

Non necessariamente. Alcuni studi condotti nell’ambito della Psicologia Sociale mostrano che per aumentare la condivisione di emozioni e stati d’animo altrui può essere sufficiente chiedere alle persone di mettersi nei panni di un altro. L’empatia, al pari di altre capacità può essere, almeno in certa misura, appresa.

Da appassionati di lunga data della saga non possiamo fare a meno di chiederle se sente di aver imparato lei stessa qualcosa di importante da questi volumi.

I libri di Harry Potter si prestano a molte chiavi di lettura, sono quindi molte le cose che si possono imparare leggendo questo genere di libri. Forse uno dei messaggi più importanti è che, nonostante i libri fantasy come Harry Potter raccontino di mondi immaginari, possono modificare percezioni e atteggiamenti, influenzando, dunque, i nostri comportamenti nel mondo reale.

Valerio Fidenzi

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