Il 30 giugno Harry Potter: The Exhibition – la mostra dedicata ai film tratti dai libri di J.K. Rowling – ha ospitato il concorso per il miglior costume ispirato ai personaggi della celebre saga, giudicato dall’ospite speciale Jany Temime, la costumista che ha lavorato ai film da Harry Potter ed il Prigioniero di Azkaban fino alla fine della serie.

L’evento rientra nell’ambito delle celebrazioni per i 20 anni della saga di Harry Potter (qualche settimana fa vi abbiamo parlato delle nuovissime edizioni dei cofanetti, che trovate qui).

Per l’occasione abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con la celebre costumista (nota per aver lavorato a film come Spectre, Gravity, I Figli degli Uomini, Skyfall e tanti altri).

Vi riportiamo la trascrizione del nostro incontro qui di seguito, oltre ad alcune foto:

 

D: Come si sta trovando in Italia?

R: Benissimo, ero già a Roma per girare un altro film, perciò ho fatto un salto qui a Milano a vedere la mostra. È una mostra molto bella, mi è piaciuta molto, ho già visto quella alla Warner a Londra e poi a Orlando, i costumi di scena sono diversi. È una mostra ben strutturata, l’ho visitata stamattina, sono rimasta positivamente impressionata nel vedere che i costumi erano in buone mani.

D: Come ti fa sentire vedere le tue creazioni in mostra in giro per il mondo?

R: Sai, è divertente, perché non ho nessun tipo di nostalgia o di mancanza quando li guardo, sono molto fiera di quello che ho creato e sono felice di vedere che la gente apprezza ancora il vederli dal vivo anche dopo tutti questi anni. Sorprendentemente Potter non è andato in declino, e tutto quel mondo magico è ancora qui, più attuale che mai.

D: Sa che probabilmente potrebbe aver reso il modo di vestire dei film una sorta di moda?

R: Quando ho cominciato, non volevo renderlo una moda, ma più un modo accessibile e accettato dai giovani e ho pensato che l’unico modo per renderlo tale fosse utilizzare vestiti casual, adattati ovviamente in stile un po’ “magheggiante”. Ho pensato fosse molto importante usare forme e e materiali classici, associati a capi d’abbigliamento che tutti conoscevano, per questo ho utilizzato il jeans, perché tutti indossiamo i jeans. Poi ho usato felpe col cappuccio e t-shirt, dando però un mio tocco un po’ “magico”.

D: Come ha scelto i colori, invece?

R: Ne ho usati di quanti più possibili, per le divise scolastiche ci adattavamo ai colori delle case. Quando invece erano fuori dalla scuola e senza divisa, lì la scelta dei colori era… sui grigi, neri e colori scuri, perché man mano che andavano avanti nei film i personaggi diventavano sempre più “cupi”; però ho usato anche punti di colore ogni tanto, vedi la felpa rosa di Hermione nel terzo film.

Non ho utilizzato colori perché erano belli da guardare, ma per l’impatto che volevo che avessero. È così che mi piace utilizzare i colori nei film, ed è quello che ho fatto con Hermione. È la prima della classe, una femminista convinta e anche se non è particolarmente femminile ho scelto per lei quel rosa quasi di proposito, come se lei non volesse metterlo.

Per Ginny Weasley invece ho scelto molto arancione e marrone, come i colori degli abiti della sua famiglia, che viene descritta come una famiglia hippie. Durante gli anni della saga, questi colori e lo stile hippie tornarono veramente di moda e tutto d’un tratto sembravano una famiglia così alla moda!

Una volta mi chiesero se il maglione a righe di Ron nel 3° film fosse firmato Dolce&Gabbana, e io: “Oh là là, devo stare attenta a come li vesto, se no potrei mandare tutto all’aria!”.

D: J.K. Rowling ha contribuito nella creazione dei costumi?

R: No. Anzi, un momento, non è totalmente vero. Le descrizioni dei suoi libri mi hanno aiutata a capire meglio i personaggi, ma il modo in cui venivano descritti nei libri li faceva appartenere ad un mondo troppo all’antica rispetto a quello in cui li immaginavamo noi. Mi sembravano troppo simili allo stile di “Canto di Natale”, e dovevano essere più moderni; ma lei ha rispettato le mie idee e anzi le sono piaciuti i risultati dato che continuavo a ricevere lettere di complimenti in continuazione da lei.

Il modo in cui descriveva i personaggi faceva trasparire molte cose, anche senza dirle a voce alta. È stata lei a ideare il fatto che la Umbridge vesta di rosa, così io ho scelto di concentrarmi sulle tonalità diverse di questo colore, ma anche sul renderla moderna.

D: Visto che ha menzionato il costume della Umbridge, ci spiega come è cambiata durante il film?

R: Ho amato quel personaggio! È stato un anno ricco di emozioni quello, prima di tutto perché l’attrice che interpreta la professoressa Umbridge (Imelda Staunton) è incredibile, è bravissima, e a dire il vero parecchio magra. La prima cosa che mi ha detto è stata: “Vorrei avere un bel didietro e camminare tipo con i piedi a papera”. Così noi ci siamo messi sotto a creare un costume e questo “didietro” da aggiungere, che l’ha resa il personaggio che oggi tutti conosciamo così bene. […] Poi abbiamo dovuto pensare anche al cappello adatto e alla borsetta che indossava in stile regina d’Inghilterra. Oh e il gatto! Quel gatto che aveva attorno al collo era fatto di angora, è stato molto difficile trovare la lana d’angora anche perché è vietata in molti paesi, così siamo andati in Francia (…) Ho voluto utilizzare quella lana in particolare per darle quel tocco di morbidezza quasi stucchevole.

D: Com’è stato lavorare con gli stessi attori nel corso di sei film?

R: Sai, mia cara, fortunatamente quei ragazzini sono cresciuti, e col tempo cambiati. Mi ricordo che all’inizio quando son venuti per fare le prime prove costume parlavano di musica, poi le volte dopo di ragazze e fidanzate, e la volta dopo delle loro carriere. Sono cresciuti con noi ed è stato bellissimo. Siamo ancora in contatto con molti di loro, per me è come se fossero ancora i miei bambini.

D: I registi son cambiati tra i vari film, com’è stato il vostro rapporto? 

R: Alfonso è un regista molto forte, deciso, sapeva cosa voleva. Poi è toccato a un regista veramente inglese (Mike Newell), era perfetto per il 4° film: capiva perfettamente le dinamiche di una scuola alle prese con un ballo. Poi siamo giunti a David Yates, che è rimasto fino alla fine. Quando è arrivato si è dovuto un po’ adattare [ride]! No, scherzo, è stato proprio rinfrescante cambiare regista ogni tanto, così da rendere ogni film interessante!

D: Lei è arrivata dopo la morte di Richard Harris, com’è stato dover lavorare ai costumi dello stesso personaggio con un altro attore?

R: Ho cambiato completamente il suo costume. Il modo in cui Richard Harris ha interpretato Albus Silente resterà una pietra miliare, ma il nuovo Silente aveva una nuova personalità, era divertente, spiritoso, era un uomo che aveva avuto una carriera da mago prima di diventare il Preside ad Hogwarts. Non lo volevo far sembrare un vecchio antenato, volevo renderlo molto più potente. Non ho mai dovuto logorare appositamente i suoi costumi di scena, mi limitavo a mandare [Michael Gambon] a fare colazione, e una volta tornato era già pronto [ride]. E poi è un attore bravissimo, quando sei così fortunato da lavorare con degli attori tra i più bravi al mondo non ti resta che seguirli, anche perché non fanno che aggiungere tantissimo al loro personaggio.

D: Potrebbe spiegarci in cosa consiste la fase di logoramento dei costumi di scena?

R: Sì, certo, avevamo parecchie persone addette a questa fase, si occupavano di rendere gli abiti “vissuti”, li sottoponevano a trattamenti per renderli invecchiati, li tingevano, gli aggiungevano delle ombreggiature. Però a dare un tocco finale migliore c’era sempre un sapiente uso delle luci durante le riprese. Quando vedete i costumi alle mostre a volte può essere frustrante perché la luce non rende come durante le riprese. A me piace fare questo trattamento per lo stile “vissuto” anche ai miei abiti quando sono nuovi (ridacchia).

D: C’è stato qualche costume che sperava fosse più in evidenza durante i film?

R: Credo che tutti i miei costumi siano andati in scena per più o meno tempo, quindi non ho nessun rancore particolare a riguardo. Forse c’è solo un abito che apparteneva al fantasma della Dama Grigia nell’ultimo film, quella con cui Harry parla. Avevamo creato un bellissimo vestito rosso che poi nel film era grigio – sai, era un fantasma – ed era veramente un vestito incredibile. [Kellie MacDonald] ha girato le sue scene a New York e mi ricordo di tutti i viaggi avanti e indietro per fare le prove costume. E invece lo si vede giusto per poco tempo. Per il resto… sei sempre un po’ frustrata perché crei 630 costumi da Mangiamorte e poi fanno le riprese da lontano [alza gli occhi al cielo in fare scherzoso]… Di solito hai questo genere di frustrazioni, ma in Harry Potter questo aspetto è stato ben organizzato, ecco.

D: Che consigli ha per un ragazzo o una ragazza che vogliono intraprendere il suo stesso tipo di carriera?

R: Se vuoi diventare uno stilista di moda, di film o di teatro, ci sono diversi aspetti da considerare. Se vuoi diventare un costumista per il cinema devi sapere molto di film, guardarli, studiarli, perché tutti questi dettagli ti aiutano tanto. Non puoi disegnare per film come faresti per il teatro, devi sapere come funzionano le luci, come cadono, come funziona dirigere un film e i ruoli dei registi, devi considerare proprio tutto.

E poi c’è l’impegno, l’ammontare di ore che trascorri fuori di casa, lontano da famiglia e amici. Alcuni apprendisti arrivano e credono di aver trovato un lavoro con orari dalle 9 alle 5, e io gli dico: “Oh no, mio caro, non puoi far così. Devi metterti d’impegno, sacrificare le ore, gli anni, devi sapere dare te stesso per questo lavoro”. E poi sì, devi avere il talento, per essere in grado di raccontare delle storie attraverso le tue creazioni. Le cose che ti insegnano a scuola ti aiuteranno, ma una volta che esci devi capire da te come si fa un costume di scena, le diverse tecniche, quanti metri di materiale ti serviranno, come potrai rendere la produzione più economica. Ah, e preparati a passare tante ore a fare quello che più ti piace, perché, a meno che non sia questa la passione che ti muove più di tutte, scegli qualcos’altro. Questo è un lavoro che pretenderà molto da te.

D: È più importante il talento o la creatività?

R: Sai, è proprio una bella domanda la tua. Se avessi due apprendisti, uno col talento e l’altro con desiderio di impegnarsi e con ossessione verso il lavoro, sceglierei certamente il secondo, perché si metterebbe davvero in gioco per entrare in questo mondo. È comunque necessario avere del talento, quello sì, se non sai distinguere il rosso dal blu magari scegli qualche altro lavoro! Ma una volta che sai le basi, preferisco qualcuno completamente appassionato perché sai già che darà il massimo per arrivare al risultato. Il talento viene accettato con facilità, e poi la gente finisce col rilassarsi… Io continuo ad imparare, ogni giorno, anche dopo 15 anni che lavoro in questo ambito; è un continuo migliorarsi, una continua evoluzione artistica.

D: C’è stato qualche sorta di incidente di percorso sul set, qualcosa di divertente che aveva a che fare coi costumi di scena?

R: Se tu l’hai trovato divertente, io probabilmente l’avrò trovato come un momento tragico… [ride]. Sai, c’è una storia che mi fa ridere e che in effetti mi piace raccontare, a proposito di Voldemort e delle sue maniche. A lui piaceva molto fare così [mima Ralph Fiennes che alza un braccio in alto per sferrare un incantesimo], e ogni volta che lo faceva, la manica del suo abito si arrotolava fino al gomito… ecco, quello diventò un incubo. Quindi all’inizio gli avevamo attaccato l’orlo al polso, poi attorno al suo pollice, ma si è rivelato fastidioso per lui, diceva che lo costringeva nei movimenti e allora ci siamo arrovellati per trovare una soluzione. Non sai quanto ci abbiamo messo a sistemargli quel problema, pensa soltanto a tutte le scene con combattimenti che ha fatto.

Ho sempre pensato che fosse una storia divertente, ma solo dopo che è successa ovviamente. Tragica lì per lì, ma poi divertente.

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