Avrete letto su tutti i giornali, sui siti e sulle bacheche dei social il putiferio scatenato da una serie di tweet di J.K. Rowling in merito alla sua posizione sull’identità di genere.

Le idee dell’autrice hanno scatenato ogni genere di reazione, commenti diametralmente opposti da parte di attori come Daniel Radcliffe e Eddie Redmayne, e di dissenso ma di vicinanza da parte di Evanna Lynch.

Adesso la scrittrice ha deciso di rispondere con un lungo saggio spiegando nei minimi dettagli la sua opinione, facendo anche riferimento ai traumi del suo passato nel tentativo di chiarire i motivi che l’hanno spinta alle ultime dichiarazioni.

Che siate d’accordo o meno, il nostro invito è ad approfittare di questi momenti per dialogare – e anche discutere – in virtù della tolleranza, del rispetto e di tutti i valori che la saga di Harry Potter ci ha insegnato.

Vi proponiamo qui di seguito la traduzione integrale in collaborazione con Badtaste:

 

Non è un pezzo facile da scrivere, per ragioni che a breve diventeranno chiare, ma mi rendo conto che è il momento di chiarire le mie posizioni su un argomento circondato dalla tossicità. Scrivo questo senza l’intenzione di fomentare quella tossicità.

Per chi non lo sapesse: a dicembre ho twittato il mio sostegno nei confronti di Maya Forstater, un’esperta di fiscalità che aveva perso il lavoro a causa di quelli che erano stati definiti tweet “transfobici”. Aveva portato il suo caso al tribunale del lavoro, chiedendo al giudice di decidere se un pensiero filosofico sul concetto che il sesso sia determinato dalla biologia possa essere protetto dalla legge. Il giudice Tayler ha deciso che no, non lo è.

Il mio interesse nelle questioni trans si era destato un paio d’anni prima del caso di Maya: durante questo tempo avevo seguito da vicino il dibattito sul concetto di identità di genere. Ho incontrato persone trans, ho letto svariati libri, blog e articoli scritti da persone trans, da specialisti del genere, da persone intersex, psicologi, esperti di tutela, assistenti sociali e dottori, e ho seguito la discussione online e sui media tradizionali. Da un lato, il mio interesse riguardo l’argomento è stato professionale, perché sto scrivendo una serie di gialli ambientati al giorno d’oggi, e la mia protagonista detective ha un’età per cui può essere interessata e influenzata da esso. Dall’altro, è stato molto personale, come sto per spiegarvi.

Per tutto il tempo in cui ho compiuto le mie ricerche e mi sono informata, accuse e minacce da parte di attivisti trans hanno iniziato a comparire sulla mia timeline di Twitter. Tutto a causa di un “like”. Quando ho iniziato a interessarmi all’identità di genere e alle questioni transgender, ho iniziato a fare screenshot di commenti che mi interessavano, un modo di ricordare a me stessa cose sulle quali avrei fatto ricerche più tardi. In un’occasione, ho distrattamente premuto “like” anziché fare uno screenshot. Quel singolo like è diventato una prova di un presunto pensiero sbagliato, e a quel punto è iniziato un costante sottofondo di vessazioni online.

Mesi più tardi, ho aggravato il mio “like” accidentale iniziando a seguire Magdalen Burns su Twitter. Magdalen era una giovane femminista lesbica enormemente coraggiosa che stava morendo di tumore al cervello. Avevo iniziato a seguirla perché volevo contattarla direttamente, cosa che ho fatto. Comunque, siccome Magdalene era una strenua sostenitrice dell’importanza del sesso biologico, e credeva che le lesbiche non dovrebbero essere chiamate bigotte per scegliere di non uscire (nel senso di frequentare sentimentalmente, ndr) con donne trans non operate, le teste degli attivisti trans di twitter hanno unito i puntini, e il livello di vessazioni sui social media nei miei confronti è aumentato.

Ho deciso di parlare di questo solo per spiegare che sapevo perfettamente cosa sarebbe successo iniziando a sostenere Maya. Sarà stata la mia quarta o quinta cancellazione a quel punto. Mi aspettavo le minacce di violenza, che mi venisse detto che stavo letteralmente uccidendo le persone trans con il mio odio, che sarei stata chiamata stronza ecc, e ovviamente che i miei libri sarebbero stati bruciati, anche se un uomo particolarmente violento mi disse che li avrebbe compostati.

Quello che non mi aspettavo è la valanga di email e lettere che mi sono arrivate, la maggior parte delle quali erano positive, grate e offrivano il loro sostegno. Venivano da persone gentili, empatiche e intelligenti di tutti i tipi, alcune lavoravano in ambienti legati alla disforia di genere e le persone trans e che erano tutte profondamente preoccupate dal modo in cui un concetto socio-politico sta influenzando politica, pratiche mediche e la tutela. Sono persone spaventate dal pericolo che corrono i giovani, gli omosessuali e dal fatto che possano venire lesi i diritti delle ragazze e delle donne. Soprattutto, sono spaventate dal clima di terrore che non serve a nessuno – soprattutto ai giovani trans.

Mi ero allontanata da Twitter per molti mesi sia in passato, sia dopo aver twittato il mio sostegno nei confronti di Maya, perché sapevo che non stavo facendo nulla di buono per la mia salute mentale. Sono tornata solo perché volevo condividere un libro per bambini gratuito durante la pandemia. Immediatamente, attivisti che pensano chiaramente di essere buoni, gentili e progressisti, hanno iniziato nuovamente a comparire nella mia timeline, pensando di avere il diritto di controllare il mio discorso, accusandomi di odio, chiamandomi con appellativi misogini e, soprattutto – come ogni donna in questa discussione sa benissimo – TERF.

Nel caso non lo sappiate (e perché dovreste saperlo?) – TERF è un acronimo coniato dagli attivisti trans che sta per Femminista Radicale Trans-Escludente. In pratica, un ampio e variopinto spaccato di donne attualmente viene definito TERF, nonostante la maggior parte di loro non siano mai state femministe radicali. Esempi di persone definite TERF vanno da una madre di un bambino gay che temeva che suo figlio volesse effettuare la transizione per sfuggire al bullismo omofobo, a una anziana signora totalmente non-femminista che aveva giurato di non andare più da Marks & Spencer perché permettono a qualunque maschio dica di identificarsi come donna di entrare nei camerini femminili. Ironicamente, le femministe radicali non sono propriamente “trans-escludenti”, perché includono i trans f-to-m nel loro femminismo siccome sono nati femmine.

Le accuse di essere TERF sono state sufficienti a intimidire molte persone, istituzioni e organizzazioni che in passato ammiravo, e che ora si nascondono dietro le tattiche di gioco. “Ci chiameranno transfobici! Diranno che odiamo le persone trans!” Cosa succederà dopo, diranno che avete le pulci? Parlando da donna biologicamente tale, molte persone in posizioni di potere dovrebbero farsi crescere le palle (cosa che senza dubbio è letteralmente possibile fare, almeno per chi dice che i pesci pagliaccio dimostrano che gli umani non sono una specie dimorfica).

Quindi perché lo sto facendo? Perché parlo? Perché non faccio le mie ricerche in silenzio, a testa bassa?

Ebbene, ho cinque ragioni per essere spaventata dal nuovo attivismo trans e decidere di parlare.

La prima ragione è che ho un ente benefico che si concentra sull’alleviare la miseria in Scozia, con particolare enfasi sulle donne e i bambini. Tra le altre cose, il fondo sostiene progetti per le carcerate e per le donne che sopravvivono ad abusi domestici e sessuali. Inoltre finanzio la ricerca medica sulla sclerosi multipla, una malattia che si comporta in maniera molto diversa in uomini e donne. Mi è chiaro, da tempo, che il nuovo attivismo trans sta avendo (o avrà, se tutte le richieste verranno accolte) un impatto significativo su molte cause che sostengo, perché spinge verso la riduzione della definizione legale di sesso, rimpiazzandolo con genere.

La seconda ragione è che sono una ex insegnante e fondatrice di un ente benefico per bambini, il che significa che mi interessano sia l’educazione che la tutela dei diritti. Come tanti altri, anche io sono preoccupata degli effetti che il movimento sui diritti dei trans stanno avendo su entrambi.

La terza ragione è che, come autrice che spesso è stata messa al bando, sono interessata alla libertà di parola e l’ho difesa pubblicamente, persino nel caso di Donald Trump.

La quarta ragione è dove le cose iniziano a diventare molto personali. Mi preoccupa l’enorme incremento di giovani donne che vogliono effettuare la transizione, e anche il numero sempre crescente di chi vuole effettuare la detransizione (tornare al sesso originale), perché si pentono di aver compiuto passi che hanno, in alcuni casi, alterato i loro corpi irrimediabilmente privandoli della fertilità. Alcuni dicono di aver deciso di effettuare la transizione dopo essersi resi conto di essere attratti da individui dello stesso sesso, e che in parte la loro transizione era dovuta all’omofobia nella società o nella loro famiglia.

Molti probabilmente non sanno – io certamente non lo sapevo finché non mi sono messa a indagare in maniera adeguata – che dieci anni fa la maggior parte delle persone che volevano effettuare la transizione verso il sesso opposto erano uomini. Ora questa casistica è opposta. Nel Regno Unito c’è stata una crescita del 4400% nelle donne che hanno richiesto di effettuare la transizione. Le ragazze autistiche hanno una presenza enorme in questi numeri.

Lo stesso fenomeno è stato osservato negli Stati Uniti. Nel 2018, la dottoressa e ricercatrice americana Lisa Littman ha deciso di indagare questa cosa. In un’intervista, ha detto: “I genitori online hanno descritto un pattern molto inconsueto di identificazione transgender, nella quale molti amici e addirittura interi gruppi di amici si sono identificati in un altro sesso allo stesso tempo. Sarei stata negligente se non avessi tenuto in considerazione il contagio sociale e l’influenza di gruppo come potenziali fattori”.

La Littman ha citato Tumblr, Reddit, Instagram e YouTube come fattori che possono aver contribuito alla Rapida Insorgenza di Disforia di Genere, nella quale crede che nell’ambito dell’identificazione transgender “i giovani hanno creato particolari casse di risonanza di natura insulare”.

Il suo studio ha generato un putiferio. È stata accusata di parzialità e di diffusione di disinformazione sulle persone transgender, è stata sottoposta a uno tsunami di abusi e di tentativi di screditare lei e il suo lavoro. La rivista ha cancellato il suo studio e lo ha rivisto prima di ripubblicarlo. La sua carriera ha subito un colpo simile a quello sofferto da Maya Forstater. Lisa Littman aveva osato mettere in discussione uno dei principi dell’attivismo trans, e cioè che l’identità di genere di una persona è innata, come l’orientamento sessuale. Nessuno, insistevano gli attivisti, può essere convinto a “diventare” trans da qualcun altro.

L’argomento di molti attuali attivisti trans è che se non permetti a un teenager con disforia di genere di effettuare la transizione, questi si suiciderà. In un articolo in cui spiegava perché si è dimesso dal Tavistock (una clinica del gender dell’istituto nazionale di sanità inglese) lo psichiatra Marcus Evans ha scritto che le affermazioni sul fatto che i bambini si suicideranno se non verrà loro permesso di effettuare la transizione non “si allineano, nella sostanza, ad alcun dato o studio in quest’area. E corrispondono ai casi che ho visto in decenni di lavoro nel campo della psicoterapia”.

Gli scritti dei giovani uomini trans rivelano un gruppo di persone davvero sensibili e intelligenti. Più leggevo i loro resoconti sulla disforia di genere, con le loro profonde descrizioni sull’ansia, la dissociazione, i disordini alimentari, l’autolesionismo e l’odio verso se stessi, più mi chiedevo se, nel caso fossi nata 30 anni dopo, avrei mai pensato di cambiare sesso. Il fascino di fuggire dal mio essere donna sarebbe stato enorme. Da adolescente soffrivo di un fortissimo disturbo ossessivo compulsivo. Se avessi trovato online quella compagnia o empatia che non riuscivo a trovare nell’ambiente che mi circondava, credo che avrei convinto me stessa a diventare il figlio che mio padre aveva apertamente detto che avrebbe preferito.

Quando leggo della teoria dell’identità di genere, ricordo quanto mi sentissi mentalmente priva di sesso da giovane. Ricordo la descrizione di se stessa di Colette come “mentalmente ermafrodita”, e le parole di Simone de Beauvoir: “È perfettamente naturale per la donna del futuro sentirsi indignata nei confronti dei limiti posti dal suo stesso sesso. La vera domanda non è se dovrebbe rifiutarli: il problema, semmai, è capire perché li accetti”.

Negli anni ottanta non avevo realisticamente la possibilità di diventare un uomo: furono i libri e la musica che mi fecero affrontare i miei problemi mentali e lo scrutinio e il giudizio sessualizzato che mettono in guerra così tante ragazze contro il loro corpo durante l’adolescenza. Fortunatamente per me, sono riuscita a scoprire che il mio senso di diversità e la mia ambivalenza nell’essere una donna si riflettevano nei libri delle scrittrici e delle musiciste che mi rassicuravano sul fatto che, nonostante tutto ciò che un mondo sessista scaraventa contro chi ha il corpo di una donna, va benissimo non sentirsi tutta rosa, frivola e conforme nella propria testa. È OK sentirsi confusa, dark, sia sessuale che non-sessuale, insicura di cosa o chi tu sia.

Voglio essere chiara qui: so che la transizione sarà una soluzione per alcune persone con disforia di genere, anche se sono consapevole grazie a ricerche approfondite che gli studi hanno dimostrato materialmente che tra il 60% e il 90% degli adolescenti con disforia di genere può superare la disforia con l’età. Mi hanno più volte invitato a “parlare con persone trans”. L’ho fatto: oltre ad alcuni giovani, che ho trovato adorabili, conosco una donna transessuale che è più grande di me e che trovo meravigliosa. Sebbene non abbia nascosto il suo passato di uomo gay, ho sempre trovato difficile pensare a lei ad altro che una donna, e credo (e di certo spero) che sia assolutamente felice di aver fatto la transizione. Da adulta, però, ha attraversato un lungo e rigoroso periodo di valutazione, psicoterapia e trasformazione assistita. L’attuale esplosione di attivismo trans chiede a gran voce la rimozione del lungo e complesso processo attraverso cui i candidati per la riassegnazione del sesso dovevano passare. Un uomo che non intende subire interventi o prendere ormoni potrebbe assicurarsi un Certificato di Riconoscimento di Genere e essere una donna davanti alla legge. Molti non sanno questa cosa.

Stiamo affrontando il periodo più misogino che abbia mai vissuto. Negli anni ’80 immaginavo che le mie figlie, se mai ne avessi avute, avrebbero avuto una vita molto migliore della mia, ma tra le polemiche contro il femminismo e una cultura online traboccante di pornografia, credo che le cose siano diventate anche peggiori per le ragazze. Non ho mai visto donne tanto denigrate e disumanizzate. Dalla lunga storia di abusi sessuali del leader del mondo libro e dai suoi orgogliosi inviti ad “afferrarle per la passera”, al movimento incel (celibi involontari) che si scaglia contro le donne che non cedono al sesso, agli attivisti trans che dichiarano che le TERF vanno prese a pugni in faccia e rieducate, gli uomini ,di tutto lo spettro politico sono d’accordo: le donne sono a caccia di guai. Ovunque, alle donne viene detto di chiudere la bocca e mettersi a sedere, o altro.

Ho letto tutte le argomentazioni sul fatto che la femminilità non risieda nel sesso biologico e che le donne biologiche non abbiano esperienze comunque, e anche io le trovo profondamente misogine e regressive. È anche chiaro che uno degli obiettivi della negazione dell’importanza del sesso è anche l’erodere ciò che alcuni sembrano vedere come un’idea crudelmente segregazionista che le donne abbiano una realtà biologica propria o una altrettanto pericolosa realtà unificante che le rende una classe politica coesa. Le centinaia di email che ho ricevuto negli ultimi giorni dimostra che questa erosione preoccupa anche tanti altri. Non è abbastanza che le donne siano alleate delle persone trans. Le donne devono accettare e ammettere che non ci sia differenza materiale tra le donne trans e loro stesse.

Ma come molte donne hanno detto prima di me, “donna” non è costume. “Donna” non è un’idea nella testa di uomo. “Donna” non è un cervello rosa, un apprezzamento per Jimmy Choo o qualunque altra idea sessista che in qualche modo oggi viene definitiva progressista. Per di più, il linguaggio “inclusivo” che definiscee le donne “mestruatrici” e “gente con la vulva” colpisce le donne in quanto disumanizzante e avvilente. Capisco perché gli attivisti trans considerino questo linguaggio appropriato e gentile, ma per tutte coloro che si sono sentite sputare contro insulti da uomini violenti, non è qualcosa di neutrale, ma di ostile e alienante.

Il che mi porta alla quinta ragione per cui sono così preoccupata dalle conseguenze dell’attivismo trans attuale.

Sono una figura pubblica oramai da più di vent’anni e non ho mai parlato pubblicamente del fatto che io sia una sopravvissuta dell’abuso domestico e vittima di stupro sessuale. Questo non perché provi vergogna di ciò che mi è successo, ma perché sono eventi traumatici da rivisitare e ricordare. E poi per sentimento di protezione nei confronti di mia figlia nata dal mio primo matrimonio. Non volevo appropriarmi da sola di una storia che appartiene anche a lei. Tuttavia, un po’ di tempo, le ho chiesto come l’avrebbe presa se avessi parlato con onestà di quella parte della mia vita e lei mi ha incoraggiato a farlo.

Non sto parlando di queste cose nel tentativo di accaparrarmi simpatia e vicinanza, ma per solidarietà nei confronti di tutte quelle tantissime donne che hanno storie come la mia, insultate e definite bigotte solo perché desiderano spazi distinti in base al sesso.

Sono riuscita a fuggire dal mio primo matrimonio violento con qualche difficoltà, ma adesso sono sposata con uomo davvero buono e di sani principi, sono al sicuro come mai mi sarei mai aspettata. Tuttavia, le cicatrici che lo stupro e la violenza mi hanno lasciato non spariscono, e non importa quanto tu sia amata o quanti soldi tu abbia fatto. I miei sbalzi d’umore sono motivo di prese in giro in famiglia, e sebbene sappia che possa sembrare divertente, prego affinché le mie figlie non debbano mai avere ragione di odiare i rumori forti improvvisi o ritrovarsi persone alle spalle all’improvviso, come succede a me.

Se poteste trovarvi nella mia testa e capire cosa provo quando leggo di una donna trans che muore per mano di un uomo violento, vi ritrovereste vicini a me. Ho un’idea ben definita del terrore che hanno dovuto affrontare quelle donne trans negli ultimi secondi sulla Tera, perché anche io ho conosciuto la paura cieca quando mi sono resa conto che l’unica cosa a tenermi in vita fosse l’instabile autocontrollo del mio aggressore.

Credo che la maggior parte delle persone trans non solo non pongano alcuna minaccia nei confronti degli altri, ma siano anche vulnerabili per tutte le ragioni che ho sottolineato. Le persone trans hanno bisogno e meritano protezione. Come le donne, spesso vengono uccise dai loro partner sessuali. Le donne trans che lavorano nell’industria del sesso, in particolare le donne trans di colore, sono particolarmente a rischio. Come qualunque altra sopravvissuta ad abusi domestici o sessuali che conosco, non provo altro che empatia e solidarietà nei confronti delle donne trans che hanno subito abusi da parte degli uomini.

Quindi voglio che le donne trans siano al sicuro. Allo stesso tempo, non voglio che le persone nate donne si sentano meno al sicuro. Quando permetti che le porte dei bagni e dei camerini siano aperti a qualunque uomo creda o si senta di essere una donna – in quanto, come ho spiegato, i certificati di conferma dell’identità di genere potrebbero essere consegnati senza bisogno di operazione chirurgica o ormoni – allora stai anche aprendo la porta a tutti gli uomini che desiderino entrare in quei luoghi. È semplicemente la verità.

Sabato mattina ho letto che il governo scozzese sta portando avanti la sua controversa legge sul riconoscimento dell’identità di genere, una legge per cui a tutti gli effetti a un uomo basterà dire di essere una donna per “diventare una donna”. Questo mi ha fatto scattare. Depressa dagli attacchi degli attivisti trans sui social media, quando ero lì solo per parlare con i bambini dei disegni che avevano realizzato per il mio libro durante il lockdown, ho passato buona parte di sabato in un luogo molto oscuro della mia testa, ripensando in continuazione a un’aggressione sessuale molto seria che avevo subito quando avevo una ventina d’anni. Quell’aggressione avvenne in un’epoca in cui ero molto vulnerabile, e un uomo approfittò della situazione. Non riuscivo a censurare questi ricordi e faticavo a contenere la mia rabbia e la mia delusione per il modo in cui penso che il mio governo stia affrettando una decisione che diminuirà la sicurezza delle donne e delle ragazze.

Sabato sera, scorrendo tra i disegni dei bambini prima di andare a dormire, ho dimenticato la prima regola di Twitter – mai, mai aspettarsi una conversazione con delle sfumature – e ho reagito a ciò che giudicavo un linguaggio degradante nei confronti delle donne. Ho parlato dell’importanza del sesso, e da allora ne sto pagando il prezzo. Mi hanno definito transfobica, stronza, TERF, meritavo la cancellazione, i pugni e la morte. Una persona mi ha definita Voldemort, chiaramente pensando che questo fosse l’unico linguaggio che potessi comprendere.

Sarebbe così facile limitarsi a twittare seguendo gli hashtag approvati – perché ovviamente i diritti trans sono diritti umani e ovviamente le vite trans hanno importanza. C’è gioia, sollievo e sicurezza nel conformismo. Come scrisse sempre Simone de Beauvoir, “…senza dubbio è molto più comodo sopportare la cieca schiavitù che lavorare per la propria liberazione; anche i morti sono più adatti alla terra dei vivi.”

Moltissime donne sono giustamente terrorizzate dagli attivisti trans, lo so perché così tante di loro mi hanno scritto le loro storie. Hanno paura del doxing, di perdere il lavoro o i mezzi di sussistenza, e della violenza.

Ma per quanto sia stato spiacevole l’incessante pioggia di insulti, mi rifiuto di inchinarmi a un movimento che credo stia facendo concretamente del male cercando di erodere le “donne” come classe politica e biologica, offrendo una copertura ai predatori come pochi avevano fatto finora. Mi schiero dalla parte delle donne e degli uomini coraggiosi, gay, etero, trans, che vogliono combattere per la libertà di parola e di pensiero e per i diritti e la sicurezza delle categorie più deboli e vulnerabili della nostra società: i giovani gay, gli adolescenti fragili, e le donne che fanno affidamento sugli spazi dedicati al loro sesso e che desiderano mantenerli tali. I sondaggi dimostrano che queste donne sono la vasta maggiornaza, a esclusione solo di chi è stato abbastanza privilegiata o fortunata da non aver mai dovuto affrontare la violenza maschile o l’aggressione sessuale, e chi non si è mai presa la briga di documentarsi su quanto siano frequenti.

L’unica cosa che mi dà speranza è che le donne che possono protestare e organizzarsi lo stanno facendo, e che hanno al loro fianco alcuni uomini e trans davvero perbene. I partiti politici che vogliono accontentare le voci più alte in questo dibattito stanno ignorando le preoccupazioni delle donne a loro rischio. Nel Regno Unito, le donne si stanno mettendo in contatto l’una con l’altra a prescindere dal partito, preoccupate dall’erosione dei diritti che hanno conquistato con così tanta fatica e dalla disinformazione diffusa. Nessuna delle donne che criticano questi provvedimenti odia le persone trans, anzi. Molte di loro hanno iniziato a interessarsi all’argomento in primo luogo per via delle loro preoccupazioni nei confronti dei giovani trans, e sono molto empatiche nei confronti degli adulti trans che vogliono semplicemente vivere le loro vite ma che si ritrovano ad affrontare le conseguenze di un attivismo che non sostengono. L’ironia definitiva è che il tentativo di silenziare le donne con la parola “TERF” potrebbe aver spinto più donne verso il femminismo radicale di quanto sia capitato negli ultimi decenni.

L’ultima cosa che voglio scrivere è questa. Non ho scritto questo saggio nella speranza che qualcuno tiri fuori un violino per me, nemmeno uno piccolissimo. Sono enormemente fortunata: sono una sopravvissuta, non certo una vittima. Ho parlato del mio passato perché, come ogni altro essere umano su questo pianeta, ho un passato molto complesso che plasma le mie paure, i miei interessi e le mie opinioni. Non dimentico mai quella complessità interiore quando creo un personaggio di finzione, e certamente non la dimentico quando penso alle persone trans.

Tutto ciò che chiedo – tutto ciò che desidero – è che lo stesso tipo di empatia, di comprensione, venga estesa alle milioni di donne il cui unico crimine è desiderare che le loro preoccupazioni vengano ascoltate senza per questo ricevere minacce e abusi.

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